La Storia

La Storia di un Territorio: Montenibbio

• Il sito di Monte Nibbio: collocazione topografica
Il casale di Monte Nibbio si trova lungo la Strada Statale 71, detta anche Via Cassia Orvietana, aperta alla metà dell’800. Questa prese il nome di Cassia per riprendere il nome della Via Cassia antica, costruita tra III e II sec. a.C., e che correva invece più a valle lungo l’asse Poggio Osteria – Osteria – Civitelle – Torrone.

• Le origini dell’abitato di Monte Nibbio
Al momento non vi sono testimonianze archeologiche note in letteratura per il territorio di Monte Nibbio ma, essendo il comune di Ficulle un’area che ha restituito alcuni reperti archeologici di epoca romana, non si esclude che l’area sia stata abitata già in epoca molto risalente. La presenza di grotte non naturali lungo la strada orientale di accesso al casolare, scavate con pareti verticali e soffitti a volta, potrebbe essere indicativa di una possibile frequentazione antica. La grotta più vicina al casale sembrerebbe essere stata utilizzata per la captazione delle acque trasudanti dalla collina fino a epoche molto recenti, fenomeno testimoniato dallo spesso strato di calcare presente sulla parete di fondo della stessa.

La frequentazione di Monte Nibbio, fino a nuovi ritrovamenti, dunque si attesta a partire dal XIII secolo con una continuità insediativa fino al ‘900.

• La storia medievale di Monte Nibbio
Il casale di Monte Nibbio si trova edificato su un preesistente insediamento di epoca medievale non più rilevabile. La prima attestazione documentale del villaggio risale al 1292 nel Catasto Orvietano (ASO, ASCO, Catasti, n. 400, Carnaiola), uno dei pochi catasti rurali di epoca medievale in Italia. Questo è identificato con il nome di Villa Montis Nibi. Con il termine villa venivano identificati gli insediamenti di tipo rurale e senza fortificazione, per distinguerli dai castra che erano villaggi fortificati. Questo catasto, però, è di tipo fondiario pertanto non prende in considerazione gli immobili. Da questo documento si evince la vocazione prettamente vinicola di Monte Nibbio. Su 26 particelle ben 22 risultano, infatti, destinate alla coltura della vite, mentre le restanti 4 sono un orto, un terreno incolto, un arativo e un bosco. Le proprietà sono all’epoca suddivise tra singoli e gruppi familiari, locali ed orvietani. Tra questispicca
Nicola di Venuto (Benvenuto) proprietario singolo con più terreni in assoluto, e gli eredi di Giovanni di Jonta da
Ficulle. Il gruppo familiare più importante è quello dei celebri Filippeschi, della discendenza di Enrico, ossia Filippo
e Pepone (figli di Enrico) e Pietro e Benvenuto figli di Giovanni di Enrico. Nel catasto del 1313, di pochi anni successivo, compaiono anche gli immobili. Qui emerge un insediamento composto di 10 domus (case in muratura) e tre capanne. Da qui il nome del nostro olio DOMUS10 che vuole ricordare il nucleo primigenio degli abitanti coltivatori della proprietà ed è a quelli dedicato.
La planimetria di questo antico abitato non più è rilevabile ma con ogni probabilità una di queste strutture in
muratura, forse la più grande, costituì il nucleo originario dell’attuale edificio. Osservando le murate esterne del rudere, la parte in blocchi di media pezzatura in pietra potrebbe costituire cioè che resta di uno di queste antiche
costruizioni. I documenti medievali consultati rilevano anche la presenza di un edificio di culto per la cura delle anime dei residenti a Monte Nibbio e dei dintorni.
La documentazione più antica riguardante l’edificio consacrato
risale al 1285 ed è relativa al pagamento delle tasse al Vescovo da parte del presbitero e rettore della chiesa Jacobus. In questo documento essa è chiamata semplicemente Ecclesia de Monte Nibio. Nel Catasto Orvietano del 1292, invece, si ritrova il suo nome per esteso, ossia Ecclesia Sancti Basilli de Villa Montis Nibli ancora retta dal presbitero Jacobus Petri. In un documento diocesano del 1357 la stessa è detta anche Ecclesia Sancti Blasii de Montenibio. Questa doppia intitolazione probabilmente è dovuta alle abbreviazioni notarili, poiché nel documento appena citato la chiesa è detta di Sancti Blasii solo nel titolo mentre è chiamata di Sancti Basilii in
tutte le occorrenze nel testo.


A cura della dottoressa Francesca Bianco

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